“Non so. Tu?”
“Andiamo al cinema?”
“Ok!”
E’ nata così una serata diversa dalle altre. Un appuntamento che mi piacerebbe divenisse settimanale e che potrei chiamare Al cinema con mamma.
A parte il piacere nel condividere insieme a lei un momento cinematografico, c’era un film che mi ero ripromessa di andare a vedere non appena fosse uscito.
“Due biglietti per Lei/Her, grazie!”
“E’ in lingua originale, va bene?”
Subito lo sguardo mio e dell’omino con il berretto si è rivolto a mia madre, come a dire: ce la farà a passare i titoli di testa prima di addormentarsi? Oppure, perderà la vista nel leggere i sottotitoli?
“Certo!” è stata la sua risposta, sottintendendo una conoscenza approfondita della lingua e mettendo così a tacere i nostri pensieri.
“Ottima scelta! E poi, personalmente, ho visto entrambe le versioni, ma quella in lingua originale mi è decisamente piaciuta di più!”
Madddaiii???!!
“Comunque.. sala 1, fila N, posti 14 e 15. Buona visione!”
Vi risparmio il “durante il film”, tra i commenti di mia madre un po’ troppo poco moderna per alcune scene di sesso (sebbene virtuale) e i non commenti ad altre parti che sono sicura fa fatica a ricordarsi… Della serie, SPERO ALMENO DI NON RUSSARE!
Capita, soprattutto se il film non ti prende molto.
Beh, a me invece ha preso di brutto!
Nei giorni successivi ho letto diverse recensioni di chi, come me, si era seduto comodo in poltrona, con o senza mamma al seguito, e aveva fissato il maxi schermo per 120 minuti catturato dalle immagini, dai colori e dalla voce di quel gran pezzo di donna che risponde al nome di Scarlett Johansson.
Ma a parte questo aspetto che ha fatto tanto parlare, quasi fosse l’elemento principale, (nonostante faccia di certo la differenza, sia chiaro!), ciò che mi ha colpito sono stati i silenzi.
Silenzi lunghi, sospirati, vissuti, animati da colori e movimenti. Silenzi vivi, pieni, quasi assordanti.
I dialoghi tra Theodore e Samantha leggeri e morbidi, danzano nell’aria, appesi ad un filo. Si allontanano e si avvicinano con le movenze di due pattinatori sul ghiaccio. Si toccano, si spingono, si riprendono, si accarezzano intersecandosi alla perfezione.
Se ne percepisce ogni sensazione, ogni desiderio.
Ma come si può rendere così umano quello che umano non è?
Può un abbraccio essere così caldo e privo di materia allo stesso tempo? Ci si può innamorare di una voce, a tal punto da esserne dipendenti?
Può esistere un amore liquido?
Io penso che Spike Jonze, regista del film, fondendo insieme fantascienza e melodramma, sia riuscito nel suo intento, ovvero quello di farci uscire dalla sala con tutti questi interrogativi, oltre a tanti altri sulla nostra esistenza.
Di farci riflettere sul nostro oggi.
Un mondo in cui siamo sempre più numerosi, ma sempre più soli.
Un tempo in cui la tecnologia sta oltrepassando ogni barriera, e che in questo film può paradossalmente far nascere dei sentimenti, far provare delle emozioni.
Un amore virtuale eppure dolcissimo, costruito in una sceneggiatura visionaria con scenografie essenziali ma calde.
Un uomo Lui, una voce Lei.
Quasi non fosse un sistema operativo, Samantha, ma una donna vera, con due braccia, due gambe ed una bocca da baciare. Un amore che non può vivere nel corpo di nessun altra, ma che domina la mente di Theodore, animando la sua immaginazione.
Quasi come un amore lontano.
A milioni di miglia di distanza.
Un amore tenero e dolce come questa canzone.
Solo una chitarra ed una voce.
Questa volta è la Mia.
Spero vi piaccia.
A presto.
Chiara P.
(Karen O - The Moon Song)
I’m lying on the moon
My dear, I’ll be there soon
It’s a quiet starry place
Time’s we’re swallowed up
In space we’re here a million miles away
There’s things I wish I knew
There’s no thing I’d keep from you
It’s a dark and shiny place
But with you my dear
I’m safe and we’re a million miles away
We’re lying on the moon
It’s a perfect afternoon
Your shadow follows me all day
Making sure that I’m
Okay and we’re a million miles away

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